XV Edizione di Biblio…inrete-Una studentessa del Liceo don Milani tra i finalisti


 

Quest’anno, la didattica a distanza ci ha precluso la possibilità di svolgere la gara di lettura in presenza che si sarebbe svolta nel nostro Auditorium. La Commissione  di Biblio…inrete, sebbene le avversità del momento, ha deciso di  portare a termine il Concorso di scrittura che ha visto coinvolte le scuole di ogni ordine e grado di Acquaviva e della Città Metropolitana. Tutti gli studenti  hanno partecipato al concorso con racconti inventati, partendo da incipit scelti dalla Commissione.

La cerimonia di premiazione si è svolta il giorno 8 giugno 2020 con Google meet, alla presenza del Sindaco di Acquaviva, dell’assessore alla cultura, dei Dirigenti e degli studenti finalisti, accompagnati dai docenti referenti.

Il nostro Istituto si è classificato al secondo posto con il racconto di una giovane studentessa della classe 1^A Linguistico, Maria Cristina Oi, a cui va il nostro plauso per il racconto, premiato con la seguente motivazione:

“Il racconto risulta molto coinvolgente e carico di suspence per via di una narrazione dal ritmo serrato. Ci sembra di partecipare alla corsa contro il tempo, alle paure e alle ansie del simpatico protagonista, impegnato in un rocambolesco ritorno a casa fra contrattempi e qualche birichinata. Alla fine, dopo tanto correre, anche il lettore può rifiatare e ringraziare l’autore per una storia raccontata con stile, eleganza e una buona dose di umorismo.”

La Commissione di Biblio…inrete

Prof.ssa Mariella Nardulli referente Biblio—inrete per il Liceo don Milani

 

 

IL RACCONTO DI MARIA CRISTINA OI

Non ci pensare, si disse, corri. Corri. Le gambe faticavano sul terreno molle, i piedi inciampavano in zolle e sassi invisibili nell'oscurità, i polmoni bruciavano a ogni respiro, l'ansia aumentava ad ogni secondo in più che passava. La corsa si faceva sempre più difficile ed ormai Emanuele era convinto di essere spacciato. Per di più pioveva a dirotto e la stradina sterrata sulla quale i suoi piedi si muovevano veloci si stava pian piano trasformando in un fiume di fango. Decise così di deviare sull'erba per raggiungere più in fretta le vie della città. Il buio ed il freddo rendevano tutto molto più faticoso. L'unica fonte luminosa era quella proveniente dai lampioni in lontananza. Doveva prestare attenzione a non sbattere agli alberi o a non inciampare nei massi e nei sassolini piantati nel terreno. E non voleva nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se qualche animale fosse spuntato e si fosse avvicinato a lui.

Si maledì mentalmente per essere uscito quella sera. Gli venne voglia di prendersi a schiaffi per aver accettato. Non avrebbe dovuto farlo, non sarebbe dovuto andare in piena campagna solo per giocare una stupida partita di calcio. Ma i suoi amici erano stati bravi a convincerlo e lui ci era cascato. "Dai staremo poco, solo un’ora" Ma il tempo era passato in fretta, si stava divertendo e non si era accorto che il pericolo che stava correndo quel pomeriggio era lì, ad osservarlo e ad aspettare il momento giusto per venir fuori ed attaccarlo.

Finalmente Emanuele raggiunse la città e riacquistò un po' di fiducia. Correre sull'asfalto era decisamente molto più semplice, doveva solo schivare le pozzanghere ed evitare di colpire la gente. Ma ciò gli risultava impossibile, continuava involontariamente a dare spallate a chiunque si trovasse nel suo raggio e si beccò parecchi insulti. Era ormai stanco e gli sembrava di poter svenire da un momento all'altro. Era completamente bagnato ed i vestiti zuppi d'acqua erano pesanti come dei macigni. Il respiro affannoso ed il cuore che batteva forte gli gridavano di fermarsi, così come le sue gambe stanche ed indolenzite. Ma doveva continuare a correre se voleva salvarsi la pelle. Alzò il braccio per controllare l'orologio e quasi ebbe paura di farlo. Mancavano quindici minuti alle otto. Ebbe un tuffo al cuore, che sembrò fermarsi per un secondo. Si guardò intorno spaventato, non ce l'avrebbe mai fatta. Il panico lo travolse. Non aveva speranze. O forse una ce l'aveva?

Come se ci fosse qualcuno che gli stesse leggendo il pensiero, ecco che gli si presentò la soluzione davanti. Inchiodò i piedi sul marciapiede. Non ebbe il tempo di recuperare il fiato. Agitò il braccio e subito si fermò davanti a lui la famosissima macchina gialla che aiutava chiunque ne avesse bisogno. Salì nel taxi, non perse un secondo e comunicò all'autista la sua destinazione. Appena il veicolo ripartì, finalmente Emanuele riprese a respirare.

Riempì i polmoni d'aria, aria consumata e respirata da chissà quante persone, ma pur sempre aria. "Tutto bene, ragazzo?" gli chiese l'uomo al volante, che aveva degli strani baffi. In altre circostanze gli sarebbe venuto da ridere, ma ora non ne aveva le forze. Annuì. E poi il panico lo assalì di nuovo. Era senza soldi. Era al verde. Non aveva portato nemmeno un centesimo sporco con se quando era uscito. Non sapeva come pagare il tassista. Cosa avrebbe potuto inventarsi? Poteva forse dargli in cambio il suo orologio? L'orologio. Quel maledetto aggeggio. Lo guardò. Dieci minuti alle otto. Gli venne voglia di urlare. Ma disse solo: "Mi scusi, può andare un po' più veloce?" ricevendo in cambio un occhiataccia. "Vai di fretta ragazzo? Fuori piove e c'è traffico, e poi siamo in paese." Emanuele lo mandò al diavolo, ma lo fece nella sua testa. Si chiese per quale assurdo motivo gli era saltato in mente di prendere un taxi. Non aveva soldi per pagarlo e per di più andava così piano che sua nonna sarebbe riuscita a superarlo senza alcuno sforzo, ed era in carrozzella. Sbuffò. Era stato uno stupido ed un irresponsabile. Non sarebbe dovuto uscire quel pomeriggio. Presto si sarebbe ritrovato nei guai, di nuovo.

Mancavano solo cinque minuti alle otto e ormai anche l'ultimo briciolo di speranza stava abbandonando il suo corpo dolorante e stanco. Spostò lo sguardo sul finestrino e osservò le gocce scendere velocemente. Da piccolo si divertiva ad immaginare che stessero facendo a gara tra loro. Ora era lui a gareggiare, ma il suo sfidante era il tempo, che continuava a scorrere ininterrottamente, e nessuno era in grado di fermarlo. Il taxi invece si fermò. Emanuele si raddrizzò sul sedile, come avrebbe fatto ora a pagare? Ma tirò un sospiro di sollievo quando vide che il veicolo era immobile per via del semaforo rosso.

Ed ecco il momento perfetto. Aprì la portiera e abbandonò l'auto. Si ritrovò nuovamente in strada. La pioggia era cessata e l'odore di umido gli inondò le narici. Riprese a correre lasciandosi alle spalle le urla del tipo con gli strani baffi.

Tre minuti alle otto. Svoltò a destra ed eccolo quel vicolo tanto familiare, con i palazzi grigi tutti uguali, fatta eccezione per l'unico che aveva un grande portone verde smeraldo. Usò l'ultimo briciolo di energia che gli era rimasta per aprire quel portone, ormai rovinato dagli anni. Non si chiudeva nemmeno più e continuava a sbattere per colpa del vento.

Due minuti alle otto. Salì le scale del palazzo. Non gli erano mai parse così alte e numerose. Ma Emanuele continuava a salire aggrappandosi alla ringhiera di ferro.

Mancavano dieci scalini.

I piedi erano pesanti, così come la testa, che sembrava volesse schiacciargli il collo. Ma non importava, un altro piccolo sforzo e ce l'avrebbe fatta. Sarebbe stato salvo.

Cinque scalini.

Sentiva le gocce d'acqua e di sudore scendergli lungo la schiena.

Quattro scalini.

Ogni muscolo del corpo gli doleva. Ma era quasi arrivato, non poteva arrendersi.

Tre scalini.

Il suo respiro pesante rimbombava tra le mura. Tossì, ma non si fermò.

Due scalini.

Prese il mazzo di chiavi dalla tasca e cercò quella giusta.

Uno scalino.

Finalmente infilò la chiave nella serratura, le mani gli tremavano. Aprì la porta e se la richiuse alle spalle.

Adesso regnava il silenzio. Era da solo. Il suo cuore riprese a battere regolarmente. Ce l'aveva fatta. Era arrivato a casa prima di sua madre. Era stato messo in punizione e non poteva uscire, ma appena lei era andata a lavoro, ne aveva approfittato per incontrarsi con i suoi amici. Sapeva che alle otto in punto doveva essere a casa. Sua madre tornava sempre a quell'ora ed era puntuale come un orologio svizzero. Durante la partita a calcio, però, la sua mente era altrove. Si era dimenticato di tutto e non aveva nemmeno sentito la sveglia che aveva impostato. E così si era ritrovato a correre contro il tempo, come se qualcuno lo stesse inseguendo.

Emanuele ricontrollò l'orario: un minuto alle otto. Si precipitò in camera e si cambiò frettolosamente, si diede un’asciugata veloce ai capelli e si fiondò in salotto. Prese il primo libro che gli capitò sotto le mani e finse di leggere interessato, giusto un secondo prima che la madre entrasse in casa.